Storie

La Luna e i Calanchi

lunaSi narra che nell’Agro dell’antica Hatria, dove regnarono gli Acquaviva, nel cuore dell’Italia, ci fosse un angolo di paradiso; un pezzetto magico di terra dove i colori assumono forme e suoni e dove puoi trovare il tempo e la misura di te stesso.
Si cela sotto forme inquietanti e strane che qualcuno chiama ancora oggi “Bolge Dantesche”…eppure, oltre quello scenario suggestivamente indefinito, quando la luna è nella sua fase piena, vengono ancora oggi a danzare le fate e gli gnomi dei boschi vicini per omaggiare la principessa d’argento.
Si racconta infatti che questo pezzo di paradiso cadde in terra quando, all’inizio di una primavera, la luna che amava da sempre il sole ma non poteva mai vederlo, scese dal cielo una notte e si fermò su quel calanco in un eremo capanno sapendo che quella sarebbe stata l’unica volta in cui avrebbe forse visto il suo sole; tanto pianse che si addormentò e quando il sole, sorgendo dal mare di fronte la vide candida e bella, l’accarezzò teneramente e sfiorandola la baciò senza svegliarla tanto era bella e innamorata  nel sonno…l’unicità di quel bacio diede origine a quel paradiso in terra, e le piante e gli animali che da allora in poi lo popolarono sono ancora oggi unici, rari e speciali.
La luna svegliandosi capì che non avrebbe visto mai il suo sole ma capi anche che il suo sole l’amava e che non avrebbe mai amato nessun’altra e, coraggiosa come un’amazzone, giurandogli amore eterno, tornò nel suo cielo.
Da quel momento in poi i calanchi hanno conservato, per sempre, tutto quello che lì aveva avuto origine.
Il contadino del capanno, quando arrivò il giorno dopo per cominciare il suo lavoro, capì cos’era successo e giurò che da quel momento in poi avrebbe narrato la storia del magico calanco…

Don Chisciotte è nato ad Atri

il-don-chisciotte-di-de-cervantes-guidaMiguel de Cervantes, è stato uno scrittore, romanziere, poeta, drammaturgo e militare. È universalmente noto per essere l’autore del romanzo Don Chisciotte, uno dei capolavori della letteratura mondiale di ogni tempo, ma in pochi sanno che Atri fu il vero luogo d’ispirazione per la sua opera. Il Cervantes, infatti, nella premessa dell’opera Galatea, dedicata ad Ascanio Colonna, ricorda di aver servito come “camarero” ad Atri i Duchi Acquaviva e, in particolare, Giulio Acquaviva. Il romanziere, descrive soprattutto il carattere “sui generis” del giovane Cardinale Giulio Acquaviva, un uomo maldestro, esaltato, maniaco di avventure e di gloria e incapace d'innalzarsi al di sopra della realtà. Le loro prime relazioni si strinsero a Madrid nel 1569, dove Giulio Acquaviva era stato inviato Papa da Pio V per presentare a Filippo II le condoglianze per la morte del figlio, il principe Don Carlos. Nel 1571, la famiglia Acquaviva partecipò alla grande Flotta della Lega Santa nella battaglia di Lepanto. Il Cervantes fu inviato in guerra dal nobile atriano, con la squadra dell’ammiraglio Agostino Barbarigo, prendendo parte agli scontri militari, assieme a Orazio Acquaviva, figlio di Giovan Girolamo. Sebbene febbricitante fu costretto a combattere e, ai fianchi della sua galea, su un battello con dodici uomini ai suoi ordini, si lanciò nella mischia. Fu ferito al petto e alla mano sinistra, che gli rimase rovinata per sempre. A Messina, dove la flotta fece ritorno, fu ricoverato presso l’Ospedale Maggiore della città. Fu proprio in Sicilia, in quel momento delicato della sua esistenza, durante la convalescenza, che egli iniziò a scrivere il suo capolavoro, il Don Chisciotte della Mancia. Memore che la causa della perdita dell’uso dell’arto sinistro fu la partecipazione alla battaglia di Lepanto, su ordine e costrizione del Giulio Acquaviva, in molti ritengono che l’opera venne dedicata proprio al maldestro nobile atriano, vero ispiratore, quindi, del Don Chisciotte. Infatti, il nome del personaggio del romanzo, deriva dalle “chisciotte”, dei pantaloni, leggermente bombati in ventre e di color rosso, indossati abitualmente dal giovane ventiquattrenne Giulio Acquaviva. Lo scopo di Cervantes, con il suo romanzo, fu quello di sottolineare l'inadeguatezza della nobiltà dell'epoca a fronteggiare i nuovi tempi che correvano in un periodo storico caratterizzato dal materialismo e dal tramonto degli ideali, ironizzando su personaggi che governavano al tempo e vendicandosi in maniera “leggera” dell’uomo che causò le sue menomazioni fisiche e che lo trattò “in quel modo triviale che tutti sanno, costringendo il misero poeta a cercare miglior sorte altrove”.

La Storia della Birra ad Atri

birra AtriSono numerosi i documenti e le testimonianze che ci consentono di individuare in Atri, come un dei primissimi centri in Italia per la produzione di Birra. Infatti, intorno all’VIII secolo, con la donazione del Conte Trasmondo III, si stabilirono ad Atri gli abati di Farfa, presso il Monastero Benedettino di S. Giovanni a Cascianello, sito su una collina a nord di Atri. Gli abati, in alcuni documenti del 1181, narrano della produzione di grano e di orzo e dell’uso di quest’ultimo per realizzare una bevanda, completata nel gusto dal rosmarino o dall’alloro (gruit o gruyt). Nelle stessi anni, Atri fu occupata dai Normanni e da Roberto Conte di Loritello e da Ugo Malmozzetto, che fecero razzie occupando la città per mezzo secolo. Nei documenti che narrano dei festeggiamenti avvenuti nel 1223 per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria, distrutta dalle scorrerie normanne, si legge nuovamente della bevanda a base di orzo. Differentemente dai precedenti documenti, in quest’ultimo viene indicato l’utilizzo di una nuova pianta portata in Atri dai Normanni, si presume il luppolo, sostituita alle altre erbe, perché garantiva una maggiore conservazione del prodotto. Nacque così la birra in Atri, una tradizione che anche successivamente, dopo l’abbandono della città da parte degli abati, proseguì sotto il dominio dei Duchi Acquaviva. In quegli anni, siamo intorno al 1410, l’Abruzzo era tra i maggiori produttori ed esportatori di grano e di orzo, assieme alla Puglia. Documenti del 1454, che ricordano il primo incendio del porto del Cerrano, nuovamente ci riferiscono dell’utilizzo dell’orzo, non solo come cibo per i cavalli, ma anche per creare, con l’aggiunta del luppolo, una bevanda, la birra. Atri e l’Abruzzo vantano, pertanto, una antichissima tradizione nella produzione di birra lunga quasi 1000 anni.

L’uomo che realizzò la Cappella Sistina di Atri

Atri De LitioAndrea De Litio: pittore di rilievo del Rinascimento Italiano e tra i massimi esponenti della pittura centro-meridionale dell'epoca. Nel 1445 Andrea De Litio giunse ad Atri, all'epoca un importante centro culturale del Rinascimento, grazie all'attività di mecenati dei Duchi Acquaviva e del Vescovo della città, oltre la ricca presenza di ordini religiosi, laici e di numerose famiglie nobili e mercantili. Ad Atri Andrea De Litio dimorò e aprì bottega dedicandosi anche alla vita agricola per un lungo periodo che va dal 1445 al 1481. Intorno al 1460 fu incaricato, dal capitolo della Cattedrale e dal Vescovo Antonio Probi, di decorare il presbiterio del Duomo di Atri, detto "La Cappella Sistina di Atri": affreschi suddivisi in 21 scene, considerati il suo capolavoro e una delle massime espressioni artistiche di quell’epoca. Sempre Atri poi, tra il 1476 e il 1479, su commissione del Duca Giulio Antonio I Acquaviva d'Aragona, realizzò vari affreschi nel Palazzo ducale, oggi sede del Municipio. Dal Catasto del 1447 sappiamo che De Litio era proprietario di un orto in contrada Porta Sant'Angelo e di una tenuta con vigna, presso Mutignano. Negli anni a seguire, grazie alle cospicue entrate derivanti dalle opere realizzate, acquistò un orto tassato 8 grani all'interno delle mura, una vigna con uliveto di 6 tareni e 10 grani in territorio di Silvi e un terreno arabile di 11 tareni, coltivato a cereali, sito nella zona dell’attuale Riserva naturale dei Calanchi.